Guida pratica
Come si calcola quanto accantonare a ogni incasso quando si lavora in regime forfettario?
Una percentuale decisa una volta e applicata a ogni bonifico vale più di qualunque buon proposito di fine anno.
La risposta breve è questa: si parte dall'incasso lordo, si applica il coefficiente di redditività del proprio codice ATECO, si sottraggono i contributi previdenziali versati, si calcola l'imposta sostitutiva sul risultato e si somma la quota di contributi dovuti sullo stesso incasso. La somma di imposta e contributi, divisa per l'incasso, è la percentuale da mettere da parte ogni volta che il conto si muove.
Il resto di questa guida serve a costruire quella percentuale con calma, voce per voce, e a capire quando va ricalcolata. Perché il numero giusto non è quello che gira nei gruppi di categoria: è quello che nasce dal tuo coefficiente, dalla tua gestione previdenziale e dal tuo volume incassato.
Perché nel forfettario la trattenuta la fai tu
Chi lavora come dipendente vede in busta paga un netto già ripulito. Le imposte e i contributi sono stati trattenuti da qualcun altro, prima che il denaro arrivasse. Nel regime forfettario quel passaggio non esiste: il cliente bonifica l'intero importo della fattura e sul conto compare una cifra che sembra tutta tua.
Non lo è. Una parte di quel bonifico appartiene già all'Erario e all'INPS, semplicemente il momento del pagamento arriva mesi dopo. Il compito che nel lavoro dipendente svolge l'ufficio paghe, nel forfettario lo svolgi tu, incasso per incasso.
C'è poi una regola che cambia tutto il ritmo del calcolo: nel forfettario vale il principio di cassa. Conta quello che hai effettivamente incassato nell'anno, non quello che hai fatturato. Una fattura emessa a dicembre e pagata a febbraio entra nel reddito dell'anno successivo. Per questo l'accantonamento si aggancia al movimento bancario e non al numero di protocollo della fattura.
Il coefficiente di redditività e il codice ATECO
Nel forfettario i costi reali non si deducono uno per uno. Non porti in deduzione il computer, la connessione o l'abbonamento al software: il legislatore ha deciso in anticipo, per gruppi di attività, quale quota dei compensi rappresenta il tuo guadagno e quale quota rappresenta i tuoi costi.
Quella quota è il coefficiente di redditività, ed è legato al codice ATECO con cui hai aperto la partita IVA. Ogni gruppo di codici ha il proprio coefficiente, fissato dalla legge 190/2014 e dalle sue tabelle. Un professionista non ha lo stesso coefficiente di un artigiano o di un commerciante al dettaglio: cambia il mestiere, cambia la percentuale di compensi che diventa reddito imponibile.
Come si legge nella pratica
Il coefficiente è il primo dato da recuperare, perché tutto il calcolo poggia lì. Lo trovi nella comunicazione di apertura della partita IVA, nella dichiarazione dell'anno precedente e nelle tabelle allegate alla norma. Se svolgi più attività con codici diversi, i compensi vanno tenuti distinti: ogni gruppo porta il proprio coefficiente.
Applicato ai compensi incassati, il coefficiente restituisce il reddito lordo del regime. È il primo dei tre numeri che ti servono, ed è anche l'unico che di norma resta fermo per tutto l'anno.
I contributi previdenziali che si deducono dal reddito
Dal reddito lordo appena ottenuto si sottraggono i contributi previdenziali obbligatori effettivamente versati nel corso dell'anno. È l'unica deduzione ammessa nel forfettario, e vale la pena ricordarlo perché molti la dimenticano e finiscono per accantonare più del necessario.
Quali contributi, dipende da dove sei iscritto. Un professionista senza cassa versa alla gestione separata INPS, con un'aliquota applicata al reddito e nessun contributo fisso da anticipare. Un artigiano o un commerciante versa invece alla propria gestione, con quote fisse sul minimale a scadenze trimestrali e una parte variabile sul reddito eccedente. Chi ha una cassa professionale segue le regole del proprio ente.
La differenza pesa sul piano di accantonamento più di quanto si creda, perché cambia il calendario oltre che l'importo. Il confronto fra i due percorsi lo abbiamo sviluppato nell'articolo su che cosa cambia tra gestione separata e artigiani e commercianti per chi lavora in forfettario, ed è la lettura naturale subito dopo questa.
Dalla base imponibile all'imposta sostitutiva
Reddito lordo meno contributi versati: quello che resta è la base imponibile. Su di essa si applica l'imposta sostitutiva, che nel forfettario prende il posto di IRPEF, addizionali regionali e comunali e IRAP. Un'unica imposta, un'unica aliquota.
L'aliquota ordinaria del regime è quella prevista dalla legge, mentre per le nuove attività che rispettano i requisiti di novità previsti dalla norma è ammessa un'aliquota ridotta per i primi cinque anni. Prima di scegliere la percentuale da accantonare conviene verificare con lo studio quale delle due si applica al tuo caso: l'errore più frequente è continuare a usare l'aliquota agevolata anche dopo il quinto anno.
Il calcolo in quattro passaggi
- Somma i compensi incassati nel periodo, non quelli fatturati.
- Applica il coefficiente di redditività del tuo codice ATECO: ottieni il reddito lordo.
- Sottrai i contributi previdenziali versati nell'anno: ottieni la base imponibile.
- Applica l'aliquota dell'imposta sostitutiva e aggiungi i contributi dovuti sul reddito.
Perché la scadenza estiva pesa il doppio
Qui nasce la maggior parte delle sorprese. Nella stessa finestra estiva convivono due cose diverse: il saldo dell'anno appena chiuso e il primo acconto dell'anno in corso. Non è una penalizzazione, è il funzionamento ordinario del sistema di versamento in acconto.
Se l'anno precedente hai incassato poco e quello nuovo va meglio, il saldo sarà contenuto ma l'acconto resterà basso e il conto vero arriverà l'anno dopo. Se invece l'anno chiuso è stato buono, saldo e acconto si sommano su una cassa che nel frattempo può essersi svuotata. Il secondo acconto, in autunno, aggiunge un altro appuntamento allo stesso calendario.
| Momento | Che cosa si versa | Su quale anno |
|---|---|---|
| Finestra estiva | Saldo dell'imposta sostitutiva | Anno già chiuso |
| Finestra estiva | Primo acconto | Anno in corso |
| Autunno | Secondo acconto | Anno in corso |
| Scadenze dedicate | Contributi previdenziali, fissi e a conguaglio | Secondo la gestione di iscrizione |
Le date esatte e le eventuali proroghe si verificano sul sito dell'Agenzia delle Entrate e dell'INPS, oppure con il proprio commercialista.
Segnare in agenda queste finestre a gennaio, e non a giugno, è la mossa che evita il panico: il metodo lo abbiamo raccontato passo per passo nella guida su quando cadono le scadenze fiscali del forfettario e come si fissano in agenda a gennaio.
Trasformare il calcolo in una percentuale da accantonare
Il calcolo annuale è utile per capire, ma nella vita quotidiana serve un gesto più semplice: una percentuale da togliere subito, appena il bonifico arriva. La si ottiene facendo il calcolo completo su una stima realistica dei compensi dell'anno e dividendo il totale fra imposta e contributi per i compensi stessi.
Il risultato è la tua quota personale. Non quella del collega, che ha un altro coefficiente e magari un'altra gestione previdenziale. Ogni volta che incassi, quella percentuale lascia il conto operativo e non torna indietro fino alla scadenza.
La percentuale va rivista quando cambia almeno una di queste condizioni:
- il volume incassato si discosta in modo sensibile dalla stima iniziale, in più o in meno;
- cambia la gestione previdenziale, per esempio con l'iscrizione a una gestione con minimali fissi;
- finisce il periodo di applicazione dell'aliquota ridotta per le nuove attività;
- si aggiunge un secondo codice ATECO con un coefficiente diverso;
- si passa dalla stima al dato reale, quando la dichiarazione dell'anno chiuso è pronta.
Una revisione a metà anno e una a fine anno bastano quasi sempre. Se vuoi vedere l'intero quadro dei costi annui, dai contributi alla parcella dello studio, trovi il conto completo nell'analisi su quanto costa davvero un anno di partita IVA forfettaria tra contributi, imposte e commercialista.
Un conto separato per il denaro del fisco
Il calcolo più preciso del mondo non serve a nulla se il denaro accantonato resta mescolato a quello operativo. Un conto separato, anche un semplice conto di appoggio, trasforma una percentuale teorica in una somma che esiste davvero.
La regola pratica è una sola: il bonifico verso il conto delle imposte parte lo stesso giorno dell'incasso, non a fine mese e non quando avanza qualcosa. Chi lo fa arriva alla scadenza estiva con la cifra già pronta e compila il modello F24 senza contrattare con la propria liquidità.
Aiuta anche imparare il lessico che studio e modelli danno per scontato: tributo, codice, saldo, acconto, rateizzazione. Il glossario ragionato su quali parole del regime forfettario bisogna conoscere per leggere l'F24 e le email dello studio serve proprio a non dover ricontrollare ogni volta.
In sintesi
Quanto accantonare a ogni incasso non è un numero tondo da copiare, ma il risultato di quattro passaggi: compensi incassati, coefficiente di redditività, contributi versati in deduzione, imposta sostitutiva sulla base imponibile. Trasformato in percentuale e applicato a ogni bonifico, quel risultato rende la scadenza estiva un adempimento e non un imprevisto.
Se preferisci che il conto si aggiorni da solo, ForfettarioSereno calcola l'accantonamento su ogni incasso e ti ricorda le scadenze F24 partendo dal tuo coefficiente e dalla tua gestione previdenziale. Per raccontarci il tuo caso e capire quale piano ha senso, scrivi tramite il modulo di contatto oppure all'indirizzo jimenezjulien42@gmail.com.
Fondatore di MLJ, costruisce strumenti semplici per chi lavora in proprio. Su ForfettarioSereno traduce in calcoli chiari le regole del regime forfettario, dal coefficiente di redditività alle scadenze dei versamenti.